Intervista a Luciana d’Ambrosio Marri, un’esperta in vita aziendale

Nel suo lavoro ha avuto modo di confrontarsi con numerose realtà lavorative, pubbliche e private. Che idea si è fatta sull’utilizzo della compagine femminile?

Di fatto oggi il mondo del lavoro riconosce necessarie quelle qualità e competenze che per secoli sono state percepite come debolezze della sensibilità femminile.

Empatia, visione d’insieme, capacità di pensiero e azione multitasking, capacità innovativa, sono solo alcuni esempi. Molte aziende private in Italia si sono per prime rese conto concretamente del valore aggiunto che tali competenze possono assumere per l’azienda e la sua redditività, a prescindere dal fatto che siano possedute da uomini o donne.

Sono quindi competenze soft della professionalità che è importante riconoscere e diffondere, anche attraverso la formazione del personale a tutti i livelli gerarchici su questi terreni, perché – al di là delle sensibilità personali di uomini e donne – lo sviluppo in competenza di questi e altri tratti richiede apprendimento consapevole e politiche mirate di sviluppo del personale a comportamenti e valori che si sostengono vicenda…..[…]

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Donne e lavoro nel rapporto INPS

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E’ ora che anche molti uomini si pongano una domanda e si diano qualche risposta.

A proposito di figli e lavoro, ancora per quanto il dilemma resterà delle donne?

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Working Mother

Un uomo italiano rinuncerebbe al 35% della retribuzione nel pieno della propria vitalità anagrafica e di prospettive professionali, per cambiare pannolini, gioire di tenerezza ma faticare a prendere sonno, alzarsi la notte per capire se affrontare colichette o qualche incubo, comprendere da piccoli segnali una personcina sconosciuta che ami ma talvolta ti fa impazzire e desiderare di tornare indietro anche se non si può, e sapere che questo ed altro non finisce lì ma che è solo l’inizio di un periodo che non sai bene quando finirà e si trasformerà in altre ansie e, si spera, altre gioie?

Sarebbe probabilmente preso per matto secondo la cultura dominante e latente, dagli amici, dai parenti, dalla partner. Eppure il 35% è proprio la percentuale di reddito che, secondo il Rapporto Annuale INPS presentato il 4 luglio, la donna perde quando decide di avere un figlio, anche se non perde il lavoro. Non è certo consolante, non è un incentivo alla natalità, né è un incentivo alla carriera delle donne nel mondo del lavoro.

 

C’è poi un problemino che non riguarda solo (!) le donne: non utilizzando la risorsa donna-che-lavora, l’Italia perde percentuali significative di PIL… Anche lo sviluppo del Paese, è dunque un problema solo delle donne o, al contrario, riguarda tutti?

Secondo il rapporto INPS, i papà che utilizzano il congedo di paternità sono pochissimi e, aggiungo io, pochi sono destinati a rimanere se perdura una cultura sociale e aziendale intrisa di pregiudizi sul significato di paternità, secondo cui  questi pochi capitani in versione di papà coraggiosi sono spesso derisi da colleghi e parentado, vengono chiamati mammi – nell’evocazione negativa del termine – perché poco virili nella gestione del ruolo cui sono invece chiamati sia da un sano desiderio personale di condivisione affettiva e fattiva e sia da una partner intelligente che vuole condividere, invece che accentrare, il ruolo e la funzione di cura dei pargoli.

Allora urge un richiamo alle persone, donne e uomini, che con ruoli di alta responsabilità governano aziende e istituzioni, partiti e movimenti, appartengono a vario titolo al mondo della P.A e al mondo del privato: unitevi, uniamoci, rendiamo insieme questo Paese un paese civile, un paese normale, un paese che non rinuncia volontariamente – come invece sta facendo – alla metà delle risorse che ha per la perversione di freni, inibizioni, pregiudizi, logiche secolari di organizzazione del lavoro, resistenze e attaccamento al potere nascosti dall’alibi di una presunta necessità di meritocrazia, che tra l’altro è stata finora spesso assente ma che è sicuramente necessaria. Ma attenzione alla meritocrazia: quando la evochi devi applicarla. Quindi  ben venga, anzi le donne per prime la vogliono anche per un piccolo particolare che può far tremare chi è troppo attaccato alle posizioni apicali ricoperte: se effettivamente applicata e diffusa, la meritocrazia vedrà (come accade nei paesi e nelle aziende dove è realmente praticata) più donne ai vertici, perché – guardando solo l’Italia – le donne prendono migliori voti all’università e si laureano prima degli uomini. Le ricerche di management in tutto il mondo dimostrano che le donne in ruoli di alta responsabilità hanno tendenzialmente capacità gestionali e di performance migliori dei colleghi maschi. Con notevoli effetti sulla crescita del business e  migliore reattività alle situazioni di crisi.

Allora, vogliamo continuare soltanto a parlare e dare i numeri? Non sarebbe meglio inventarsi e/o “copiare” da esempi positivi  politiche sane di conciliazione di vita famiglia-vita lavoro a vantaggio di tutti, una modalità di distribuzione più equa nella coppia della vita di famiglia, costruire e offrire servizi che farebbero crescere il Paese in tutti i sensi, anche per il volano occupazionale che rappresenterebbero?

Non è utopia: in molte parti del mondo è realtà. E da noi?

In molte organizzazioni ci si  impegna molto in questa direzione, ma i casi sono ancora sporadici rispetto al tessuto delle imprese italiane e alle condizioni esistenti di welfare pubblico e privato che non facilitano la diffusione delle buone prassi. Chi sostiene che è una missione impossibile rema solo contro e non merita fiducia. Anche perché dove le donne lavorano nascono più bambini. Quindi, non ha basi nemmeno l’alibi di chi sostiene il contrario pur di evitare che le donne sfondino il famigerato ma persistente soffitto di cristallo, che in certi ambienti è sì trasparente, ma di una tale resistenza allo sfondamento che pare fatto di cemento armato.

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